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Speciale Disturbi alimentari: una testimonianza

Pubblichiamo la testimonianza di una ragazza che da sei anni soffre di anoressia. La strada lunga e in salita della guarigione e l'importanza di chiedere aiuto

di Redazione GirlPower 26 maggio 2010

A cura di Antonella Marchisella

Di seguito la testimonianza di una ragazza che da sei anni soffre di anoressia, raccolta dalla nostra Antonella Marchisella.


"Mi chiamo Carla, ho 28 anni e soffro di anoressia da quando ne avevo 22. Tutt’oggi seguo un percorso su di me, in un insieme di alti e bassi che mi fanno star male, ma per ora continuo a rialzarmi.

Non sono diventata anoressica per imitare le fotomodelle o per avere un corpo più magro, credo piuttosto che sia stato un modo come un altro per vomitare la rabbia, un modo sbagliato che non serve per risolvere le cose. Non ero contenta delle mie relazioni con gli altri, che giorno dopo giorno si rivelavano delle delusioni e lasciavano nella mia bocca quell’amaro molto più amaro del vomito, nella bocca e nell’anima. Non volevo morire, non credo di aver mai voluto rinunciare alla mia vita. I miei genitori non sapevano cosa mi stava succedendo, non sorridevo più ed ero sempre scontrosa con loro. Se fuori c’era il Sole, qualcosa pur sempre mi mancava: quelle ali da farfalla che si fanno accarezzare dal calore e dalla luce, senza le quali è difficile sorridere anche se è una bella giornata.

Non mi sentivo amata
e non comprendevo perché gli altri non ricambiassero i miei sentimenti. Cercavo affetto, ne avevo bisogno ed ogni attimo diventava un’eternità nell’attesa di poterlo ricevere. E quando sistematicamente ciò non avveniva, perdevo il rispetto per me stessa e vomitavo per espellere la rabbia.

Finché un giorno dissi tutto a mia madre ed insieme decidemmo di intraprendere una psicoterapia familiare, due volte alla settimana. Entrando in contatto con lei in modo più autentico e senza timore di deludere le sue aspettative di madre, ho potuto iniziare ad essere me stessa, e tra le lacrime le cose cominciarono a migliorare. Dopo alcuni mesi, passai dalla terapia familiare a quella di gruppo, e qui il mio piccolo mondo dai confini tanto stretti ha iniziato ad ampliarsi, e a capire che non ci sono solo poche belle persone ma tante belle persone, e tante persone di cui potersi fidare. Più mi confrontavo con gli altri più mi veniva la voglia di tornare a mangiare, quel poco che bastava per non morire.

Incontrare le persone nelle terapie di gruppo è inoltre diverso da che incontrarle per strada, perché mentre per la strada tutti si ricoprono di difese, negli incontri di gruppo ciascuno abbassa la guardia e parla un po’ di se, gli altri ascoltano con rispetto ed inizia una relazione fatta di bene, con elementi di tenerezza. Piano piano ho scoperto la sicurezza in me stessa, e a non aver paura di scoprirmi agli altri per quello che sono.

Ho capito che stavo migliorando quando un pomeriggio vedendo il Sole fuori mi è venuta voglia di mangiare un gelato! E non dico di essere uscita dai miei problemi, o dal “mio problema”, visto che gli alti e bassi comunque ci sono… ci sono giorni che sto davvero male. Ma star male non significa essere scivolata nuovamente nel baratro… Perché so che domani tornerò a stare meglio…"



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