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Famiglia: quello che le donne vorrebbero

Si parla sempre più di "famiglia", ma spesso senza considerare la realtà di donne sempre più sole e in difficoltà rispetto alla loro voglia di maternità

di Sara Menegatti 16 maggio 2007

Ci siamo appena lasciati alle spalle le due manifestazioni (quella di Piazza Navona e quella di Piazza San Giovanni) che hanno celebrato in modo atipico e da punti di vista diametralmente opposti l'istituto familiare e le sue innumerevoli sfaccettature.
Da un lato si poneva il “Family Day”, giornata dedicata a tutti coloro che hanno sottoscritto l'appello dal titolo “La famiglia prima di tutto” e che ha visto schierate numerose associazioni cattoliche oltre ad aver raccolto il favore della Chiesa e persino della comunità islamica in Italia. Contemporaneamente i radicali hanno promosso insieme a numerosi altri un raduno in ricordo della approvazione con referendum della legge Fortuna-Baslini, la legge che ha introdotto in Italia il divorzio.
La concomitanza di queste due manifestazioni pone diversi interrogativi. Innanzitutto, possiamo pensare di professarci in quelche modo “custodi unici” dei valori familiari? E' davvero così impossibile pensare ad un dialogo tra chi vede nel family day l'oscurantista chiesa manovratrice contro il valore della laicità dello stato e chi ritiene che invece la famiglia sia stata “svenduta” in favore di modelli che con l'istituto familiare tutelato dalla costituzione non hanno nulla a che fare?
L'interrogativo è ora più scottante che mai, soprattutto in seguto alla presentazione del ddl Bindi-Pollasrtini, volto ad istituire i cosiddetti DICO, non veri e propri PACS, ma comunque dei patti tra conviventi siano essi di sesso opposto o dello stesso sesso.
Non si tratta qui di stabilire chi abbia ragione e chi torto, questo naturalmente è un problema che in coscienza ciascuno risolverà secondo le sue convinzioni. Si tratta di capire dove sta andando la società di oggi, che coi suoi mutamenti continui sta modellando su esigenze molto diverse la formazione della famiglia.

E' un dato di fatto quello per cui i giovani escono di casa sempre più tardi. Ma non solo perchè mammoni, in maggior parte restano a casa per avere quella sicurezza economica che un susseguirsi di lavori precari non consente, perchè non è loro possibile fronteggiare con orizzonti così incerti ed instabili il mantenimento costante di un alloggio (sia solo un affitto, ormai non più conveniente rispetto ad un mutuo a rate per l'acquisto di un appartamento) per non parlare di tutte le altre spese che chi vive da solo si trova ad affrontare.
Pensiamo poi a chi sente in sé il desiderio di avere dei figli. Su questo stesso magazine Alberto Parisi sottolineava alcuni mesi fa come il desiderio di maternità di molte donne single che si manifesta anche nella disponibilità ad una adozione non sia un semplice vezzo, ma la reale aspirazione a dare tutto l'amore possibile ad un figlio (la biologia qui conta poco) comprendendo anche chi non può essere cresciuto dai genitori naturali. E ognuno di noi sotto sotto pensa in questi casi che queste persone non abbiano saputo trovare una figura da porre al proprio fianco per vivere insieme l'esperienza della genitorialità. Ma il pregiudizio di tanti anni di società patriarcale non guarda in faccia alla realtà.

Poniamoci dal punto di vista che più ci appartiene, quello femminile. Pensiamo un po' al tipo di vita che si trovano a condurre al giorno d'oggi le trentenni. Non più ragazze, non ancora donne realizzate. Ma con già un desiderio di maternità che quando si manifesta lo fa proprio in questo periodo della vita.
Il mondo del lavoro richiede un sempre maggior numero di anni di studio, specializzazione, stages, formazione (spesso a carico dello studente e non delle aziende che potranno poi avvalersi di queste professionalità) che costringono alla pari ragazzi e ragazze ad inserirsi nel mondo del lavoro sempre più tardi.
I nostri colleghi europei hanno invece un sistema formativo molto più snello e una diversa cultura del lavoro per i giovani. Qui da noi è molto difficile ad esempio conciliare livelli alti di rendimento scolastico soprattutto nel corso di studi universitari e post-laurea con una occupazione a tempo pieno. Mentre con i part-time risulta molto complicato raggiungere l'autonomia dalla famiglia di origine, per via delle basse retribuzioni riservate ai lavoratori che scelgono l'orario ridotto. E una volta chiuso il ciclo di studi anche l'ingresso nel mondo del lavoro offre solo ostacoli, un senso di profonda insicurezza e ciò penalizza maggiormente le donne.
Questa affermazione potrebbe apparire estremistica, ma fermiamoci un momento a riflettere. Se in Francia (solo per fare un esempio al di fuori del mito dei paesi del nord Europa) una donna decide di diventare madre, sa che potrà contare su un posto per suo figlio/a in un asilo nido, su assegni familiari consistenti, spesso su strutture di appoggio per la cura dei figli sul posto di lavoro fino al raggiungimento dell'età scolare.
In Italia purtroppo c'è invece ancora tanto da fare. L'apertura di un nuovo asilo aziendale fa ancora notizia, gli assegni familiari non pagano nemmeno i pannolini e i nidi non sono sufficienti ad ospitare tutti i bimbi che ne avrebbero bisogno, col risultato di escludere per un lungo periodo le madri di figli molto piccoli dalla possibilità di crearsi una carriera soddisfacente.

Dal punto di vista legislativo sono disponibili alcune agevolazioni come l'assegno di maternità che copre un peiodo di cinque mesi (che possono essere gestiti in base all'andamento della gravidanza e partire dalla nascita del bambino o dal settimo mese di gestazione) e il congedo parentale, che consente anche ai papà di astenersi dal lavoro per un periodo analogo a quello previsto per le madri, consentendo a queste ultime di tornare al lavoro non appena sono fisicamente in grado.
Si aggiungono poi i permessi per l'allattamento se i piccoli sono alimentati al seno che consentono alla madre di non rinunciare a questo importante aspetto della crescita di un figlio appena nato. Ma ciò che crea  davvero fastidio (e siamo generosi) se pensiamo che ci troviamo nel 2007 è il fatto che ancora in Italia ci siano dei datori di lavoro che fanno firmare delle dichiarazioni “in bianco” dove siamo costrette a  garantire di non avere figli per un periodo di almeno cinque anni dall'assunzione pena la perdita del posto di lavoro. Quando non si richiede addirittura una specie di contratto (legalmente non valido, ma necessario per venire assunte) nel quale si garantisce la assoluta rinuncia alla maternità, con le stesse conseguenze in caso di “violazione” dell'accordo.
Pratiche di questo genere hanno avuto negli anni effetti devastanti. Non è infatti notizia di oggi il numero di aborti di donne che avrebbero altrimenti perso il lavoro in un momento in cui assolutamente non avrebbero potuto farne a meno. Tralasciando le implicazioni etiche che non discuto in questa sede è comunque uno scandalo che alcune di noi siano ricorse a questi mezzi estremi perchè non vedevano nessuna alternativa, che siano state costrette a interrompere una gravidanza che sarebbe stata portata avanti, e con grande felicità, in un contesto diverso.
Non si può imporre ad una donna se essere o non essere anche madre. Non è lecito e dovrebbe essere penalmente punito in maniera rilevante se fossero provati concretamente dei soprusi, meglio forse chiamarli crimini, come questi.
E' anche questa una forma di violenza nei confronti delle donne e della famiglia, e la società su questo purtroppo sta facendo calare un muro di omertà.
Come si può pensare che le giovani generazioni di oggi siano spinte verso la stabilità di una famiglia, se tutto intorno a loro rema contro? Allora ben vengano le manifestazioni, ma non con la pretesa di cambiare le cose, che devono invece essere discusse e finalmente approvate in parlamento.
Si può sensibilizzare la massa sul tema dell'importanza della famiglia, sul valore dell'essere genitori, si può andare in piazza con l'orgoglio di avercela fatta e di festeggiare il proprio family day ogni giorno. E si può analogamente pensare alla laicità dello stato come ad un traguardo di civiltà, di rispetto della coscienza e dei valori di tutti, che non sono necessariamente quelli cattolici.
E domenica è stata la festa della mamma. Un ruolo sempre più difficile, ambito e purtroppo socialmente bistrattato.

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