Wafah Dofour, nipote di Osama Bin Laden e Afef Jnifen. Sotto Leila Ben Khalifa
Diciamocelo:
Leila non e' certo il prototipo di donna orientale che
noi tutti immaginiamo. Una ragazza estremamente bella, che indossa vestiti
scollati, all'occorrenza mangia carne di maiale, non dice le cinque preghiere
giornaliere rivolta verso La Mecca e va a fare un reality non e' davvero l'idea
di donna musulmana che ci e' stata inculcata in mente da libri, telegiornali
e film.
Leila e' venuta in Italia per studiare pittura, dice, eppure e' approdata al
Grande Fratello. Poi, a Buona Domenica, ha dichiarato di aver deciso di andare
a fare un reality perche' "e' una scorciatoia per arrivare al mondo dello
spettacolo e consente di arrivare alla televisione senza scendere a compromessi".
(Ultima notizia: anche la che la nipote di Bin Laden vuole fare televisione
e sfondare nel mondo discografico come cantante: per ora ha gia' debuttato con
un calendario in cui e' piuttosto svestita.)
Sono molte le giovani donne musulmane che emigrano in paesi come l'Italia, la Germania, la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti, a volte in cerca del successo mediatico, più spesso solo per avere la possibilita' di studiare, di fare un lavoro come il medico, la giornalista o la modella, e di poter vivere senza paura e senza veli. Nei loro paesi questa possibilita' non c'e' per tutte le ragazze: solo alcune possono farlo, ringraziando i genitori, che, invece di programmare per loro un matrimonio di convenienza, decidono di offrire alle figlie tutte le opportunità per realizzarsi nella vita futura.
Purtroppo, per una di queste ragazze dai lineamenti esotici che arriva al successo,
per una Leila che arriva al Grande Fratello, ce ne sono solo poche centinaia
che possono andare a studiare all'estero, sposare l'uomo che desiderano, anche
se straniero, e vivere dove vogliono. Ce ne sono invece
altre migliaia che non arrivano nemmeno a fare gli studi superiori: a
molte addirittura viene solo insegnato il Corano a memoria, perche' non
serve che una donna studi. E poi la procedura e' quella classica: un
matrimonio combinato, molti figli, e una vita uguale a quella della propria
madre, e della propria nonna, senza opportunita'. Vedendo Leila, cosi' disinvolta
e "normale", non sembra possibile che venga da un paese dove esistono
situazioni che oltrepassano il limite della civilta': si corre il rischio di
dimenticare che lo Yemen, l'Arabia Saudita, l'Afghanistan,
la Tunisia, non sono solo gli splendidi paesaggi da cartolina che ci
vengono proposti dai tour operator, e nemmeno sono solo i villaggi turistici
in riva al mare.

Questi paesi sono anche luoghi desolati e distanti centinaia di chilometri dalle
grandi citta', aree desertificate, villaggi senza acqua o corrente elettrica,
strade straripanti di donne velate che rischiano di farsi investire dalle auto
poiche' non vedono quasi nulla attraverso il burqa.
Devono venire in mente a tutti le torture che queste donne sono costrette a
subire, come l'infibulazione,
che purtroppo in paesi come l'Arabia, la Somalia e altre regioni africane, viene
ancora praticata a moltissime bambine, non appena queste raggiungono la puberta'.
Non bisogna nemmeno dimenticare che, anche se siamo nel 2006, le donne che commettono
adulterio vengono lapidate in piazza. Lo stupro di bambine e' all'ordine del
giorno, poichè un uomo puo' decidere di comprare
una bambina di sette anni per farne la sua sposa. Non e' raro che ragazze
di 15, 16 anni, che qui sono poco piu' che ragazzine, nei paesi arabi abbiano
gia' messo al mondo tre o quattro figli. E' tragica la storia raccontata nel
libro-confessione "Non sottomessa", che racconta della donna
musulmana condannata a morte per aver scritto la sceneggiatura del film di Theo
Van Gogh, ritenuto blasfemo dai fondamentalisti islamici.
Non
esiste la libertà di stampa per le donne, e nemmeno di pensiero.
Alla luce di ciò, diventano ancora più preziose quelle testimonianze
che ci sono giunte attraverso libri come "Schiave", "Mai senza
mia
figlia", Bruciata viva", "Vendute". Sono storie dure,
crude, autentiche dalla prima all'ultima riga, che raccontano di come alcune
donne sono riuscite a riconquistare la propria vita, ma a caro prezzo.
Ci sono madri e figlie costrette a vivere sotto falso nome, da qualche parte,
per evitare di essere ritrovate e uccise. Alcune sono state sfigurate e mutilate,
altre murate vive. Per altre persiste la condizione di schiavitù, e forse
non finirà mai.
Hanno un valore immenso questi racconti, se pensiamo
che ci sono donne che per vedere pubblicato il loro libro hanno rischiato e
continuano a rischiare la vita ogni giorno. Da queste testimonianze traspare
la forza di sopravvivere una vita che non e' la vita che conosciamo noi. Una
vita in cui non ci sono diritti, ma solo obblighi. E' positivo che sentendo
parlare di donne arabe ci vengano in mente anche quegli esempi di ragazze che,
come Leila, emancipandosi e andandosene dal loro paese, sono venute qui in cerca
di fortuna, e l'hanno trovata.
Significa che le cose stanno iniziando a cambiare.
Ma non vanno dimenticate le donne che tutti i giorni compiono lavori faticosi
come portare l'acqua dal pozzo alla cisterna di una casa. Donne che sono ancora
trattate come schiave, che sono vendute fin da bambine per soddisfare i capricci
di uomini ricchi che possono ripudiarle per una ragione qualsiasi e distruggere
loro la vita, poiche' una donna ripudiata non trovera' più nessuno disposto
a sposarla, e la sua famiglia d'origine non la riaccoglierà più.
Vanno ricordate queste donne che si sentono in dovere
di partorire figli maschi, perche' nei paesi musulmani è il maschio
colui che viene considerato come un Dio in terra, e la donna non vale niente.
Leila e' stata un esempio positivo, uno dei tanti passi avanti, mirati a far
capire a tutti che tenere queste donne in uno stato di perenne schiavitu' e'
ingiusto, oltre che inutile. Leila ha saputo dimostrare che e' sbagliato limitarsi
a dire che i paesi arabi sono culturalmente arretrati o fermi al medio evo,
e che quindi l'attuale condizione delle donne non può essere modificata,
se non dal passare del tempo.
E questi paesi non hanno nemmeno solo bisogno che gli venga insegnata la democrazia
attraverso la guerra, come gli americani sostenevano. Ciò di cui realmente
hanno bisogno, è riuscire a dare piu' fiducia alle
donne, e considerarle finalmente esseri umani, esattamente come lo sono
gli uomini. Il giorno in cui smetteranno di farsi scudo del Corano per proclamare
guerre, maltrattare le mogli e sottomettere le figlie, quel giorno potremo
davvero dire che è arrivata anche da loro la democrazia. E' proprio
per questo che la partecipazione di una ragazza tunisina e di fede musulmana
a un reality frivolo come il Grande Fratello, anche se è solo un piccolissimo
passo, ci ha rallegrati piu' che se il concorrente fosse stato dell'ennesimo
modello, o velina, o fidanzata del calciatore di turno
Libri da leggere:
Mai senza mia figlia, di Betty Mahomoody
Schiave, di Jean P. Sasson
Vendute, di Zana Muhsen
Credo che la questione della condizione della donna nell'Islam o almeno una tale focalizzazione su di essa sia frutto di un'esagerazione mediatica perchè sono molto d'accordo con samyr sul fatto che noi donne musulmane siamo molto più libere delle cristiane e puoi fidarti se te lo dice una convertita che quindi ha partecipato di entrambe le realtà...libertà non vuol dir solo essere libere di vestirsi come s desidera ma esserlo dentro : prima pure io ero schiava del trucco ad esempio ma ora ne faccio volentieri a meno benchè il trucco leggero non sia vietato perchè so che i nostri uomini ci apprezzano soprattutto per altre cose ed anzi un'ostentazione eccessiva li disturberebbe, e comunque mi sento a mio agio perchè ho scoperto che quelle cose non ci rendono migliori.
Per quando riguarda Leyla posso solo dire che è il prodotto perfetto di una colonizzazione che ha violentato la loro cultura purtroppo irrimediabilmente e forse neppure lei se ne rende conto ma non me la sento di esprimere giudizi su di lei perchè Dio ne sa di più, posso solo dire che io non mi comporterei cosi e molte sorelle sono d'accordo con me come hai avuto modo di leggere.Nascere musulmani non vuol dire esserlo e a nessuno di noi farebbe piacere sentire che Leyla è il nostro emblema perchè ci sono molti modi di far valere i propri diritti oltre a spogliarsi omologandosi ad un modello estraneo a noi.
Nell'articolo parlavi dello Yemen... beh io ci ho vissuto per studio e t posso assicurare che le donne pur essendo coperte godono di indennità e d un rispetto che qui non ho mai neppure immaginato, lavorano e guidano l'auto, e t consiglio di fare altre letture rispetto a quelle che segnali perchè mi pare che non ti manchino le capacità di giudizio.
invito ki parla male degli italiani e in particolare delle italiane a ritornare nel loro paese...se nn vi andiamo bene tornate al vostro paese...ke cosa siete venuti a fare in italia??! se invece volete restare:adattatevi!!!!! xkè l italia è cosi e nessuno la cambia e soprattutto nn voi...anke xkè se noi veniamo nei vostri paesi c adattiamo e vi rispettiamo e anzi se bisogna x nn offendervi ci copriamo anke il capo quindi........aprite un pò la vostra mente!!!!!!!!!
ke cavolo vuol dire le donne musulmane hanno la loro dignità ??! xkè quelle italiane no??!
cosa vuoi saperne tu??!nn giudicare ki nn conosci...
e se sei qui solo x quello..sei tu quello senza morale,senza valori,xkè noi qui li abbiamo,anke se mettiamo la minigonna o c trucchiamo...e ritorna pure al tuo paese xkè le italiane preferiscono gli italiani!!!