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Infanticidio: madri assassine

L'infanticidio è uno dei delitti più diffusi. Dopo gli ultimi tragici fatti di cronaca, molti studiosi cercando di risalire alla cause di questi delitti contro natura ma non sempre frutto di malattia mentale.

di Antonella Ciuti 20 maggio 2008

medeaIl fenomeno dell' infanticidio rimane uno dei delitti che suscita nell'opinione pubblica un sempre più forte allarme sociale, soprattutto se si tiene conto del fatto che una buona percentuale di questi reati viene commessa nell'ambito del nucleo familiare, luogo dove il bambino dovrebbe invece essere maggiormente protetto. Esiste un nome per questo fenomeno: figlicidio, termine che indica, appunto, l'uccisione del figlio da parte del genitore - sia il padre, sia la madre. 

L'infanticidio è stato per millenni il tradizionale mezzo di controllo demografico, talora effettuato con mezzi violenti o che non lasciavano possibilità di scampo: fra le "tradizionali" forme di infanticidio si collocava anche l'esposizione del neonato, cioè l'abbandono ad una sorte quantomeno densa di incognite. I figlicidi sono tutt'oggi un fenomeno sottovalutato e sottostimato andando ad aumentare il "numero oscuro" nello studio della statistica in questione, ossia la quantità di fatti delittuosi o quasi – delittuosi che non possono essere riportati perché non denunciati o non arrivati ad omicidio conclamato. 

Il figlicidio è una tipologia di delitto nettamente diversa dal neonaticidio: il neonaticidio, infatti, avviene prima che si stabilisca una relazione tra la madre e il figlio e di solito le cause del gesto vanno ricercate nel rifiuto della madre verso il proprio figlio, che lo vede come un oggetto estraneo da sé. Al contrario l'infanticidio avviene una volta che la relazione con il bambino si è creata. La madre in questo caso appare più spesso affetta da una psicopatologia definita. Infatti, attraverso la ricostruzione della storia personale e familiare, molto spesso, si risale ad una lunga serie e forme di maltrattamenti ai quali queste donne che uccidono venivano sottoposte e che avevano finito col determinare una condizione di insopportabile frustrazione: ad esempio padri e mariti vengono spesso uccisi dopo anni o decenni di violenza fisica, di prevaricazioni di ogni genere che l'omicida aveva subito da parte della "vittima". 

demoni_del_focolareDi fronte a questa specifica categoria di crimini, la società e la giurisprudenza tendono a considerare la donna autrice di omicidio come non capace di intendere e di volere. È facile scorgere l'influenza di un retaggio storico e culturale che vede la donna incapace per natura di uccidere e di esprimere una tale violenza fisica se non per malattia mentale. Tale concezione diventa pregiudizio qualora continui ad essere considerata valida anche quando le stesse donne omicide si mostrano consapevoli e coscienti nella descrizione del gesto e al momento del compimento del fatto, come accertato molto spesso attraverso il colloquio psicologico e durante gli accertamenti psichiatrici. A tal proposito un libro molto interessante, che esplora la casistica dei reati di figlicidio, analizzando le diverse modalità e motivazioni, è Demoni del focolare: mogli e madri che uccidono, di Isabella Merzagora Betsos. L'Autrice tende ad evidenziare come le specifiche cause sottostanti, spesso di natura psicologica, socio-culturale e morale, non sempre coincidono con una condizione di malattia mentale che non solo non "spiega" il crimine, ma tanto meno può diminuire la responsabilità della donna assassina verso il suo delitto.

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Commenti

haru87 giovedì, 12 marzo 2009

Capisco...

Io dissento personalmente dal commento di maria78 principalmente per una cosa: non è assolutamente detto che uno se viene da una situazione ambientale agiata e abbia un marito o un partner disposto ad aiutarla, sia per forza una persona "forte". E' nella relazione basilare che la Franzoni ha avuto con la SUA di madre che determina ciò che ora è lei. Se sua madre ha avuto un holding buono, se è stata ella stessa una madre sufficientemente buona..bisogna vedere anche questo e non fermarsi ai fatti di cronaca che molto spesso sono deviati. Lei di sicuro è "malata", ma non per colpa sua: bensì per colpa della relazione che si è instaurata fra lei e sua madre o lei e suo padre. Bisogna vedere che cosa significava il bambino per lei, come se lo immaginava quando era incinta di lui e come è riuscita a "staccarsi" dal bambino immaginario. Ad esempio Samuele poteva assomigliare al padre o alla madre o a qualsiasi altro parente che le ha fatto qualcosa, che non è stato sufficientemente buono con lei e così Samuele invece di diventare un'entità staccata dalla madre, è diventato un "feticcio", qualcosa su cui "sfogare" la sua aggressività diciamo..
Ecco, limitarsi a dire che lei è di famiglia agiata e non ha problemi direi che è limitativo, come del resto è limitativo il fatto che se uno viene da un ambiente disagiato per forza deve avere problemi..c'è anche l'ambiente come indicatore, ma non c'è solo quello.

n° 2
maria78 mercoledì, 21 maggio 2008

E´ ora di finirla!!!

Finiamola con questa storia che le mamme che uccidono i propri bambini vengono sempre da situazioni famigliari disagiate in cui, come al solito per la ormai sterile propaganda femminista, il marito o il compagno hanno avuto ruoli determinanti, in situazioni di violenza famigliare...!!!...
Ormai NON CI CREDE PIU´ NESSUNO!!...
La signora Fr..ni, principale sospettata dell´assassinio del suo piccolino, proviene da un ambiente tuttaltro che degradato..
Reddito famigliare elevato, marito pacato e buono che ha fatto di tutto per difenderla anche quando tutte le prove giudiziali erano contro di lei..!!
Ci sono donne che hanno istinti omicidi e BASTA, come ci sono uomini che li hanno!!!..
Purtroppo le femministe hanno portato la parita´ anche nella CRIMINALITA´!!!

n° 1
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