Sweeney Todd: chi ha paura del barbiere?
Un solo Oscar per il musical dark di Burton, film cupo e malinconico che affascina molto ma sorprende poco
E' da poco nelle
sale
l'attesissimo horror
musicale firmato Tim Burton, che schiera sua
moglie, una grandiosa Helena Bonham Carter, accanto
all'attore-feticcio Johnny
Depp, con cui registra la sesta
collaborazione cinematografica.
Ritroviamo quest'ultimo, candidato (invano) all'Oscar come miglior attore protagonista, di nuovo su una nave, dopo i fortunati blockbuster di piratesca memoria. Qui, però, al posto dei rocamboleschi e spesso esilaranti panni di Jack Sparrow, lo ritroviamo in chioma bicolore (alla Crudelia De Mon) ad interpretare il rancoroso (o per citare il titolo, "diabolico") barbiere di Fleet Street.
Per chi non conosce la leggenda, che affonda le radici nel XVIII secolo, basti dire che è la storia di un uomo onesto e felice, innamorato del suo mestiere, ma ancor di più della splendida moglie, madre giovanissima di una bambina. A distruggere un quadretto familiare tanto idilliaco, arrivano puntuali avidità e invidia di un giudice potente, tale Turpin (Alan Rickman), che fa imprigionare ingiustamente il povero barbiere per mettere le mani su moglie e figlia.
E così, dopo 15 lunghissimi anni, il ritorno non può che essere sinonimo di vendetta: non basta riprendersi quello che si aveva (un appartamento ormai in piena rovina, abitato da un'amabile pazza squinternata), bisogna spazzare via il male, sgozzare lo squallore, sporcarsi le mani di sangue e carne umana.
Una rivoluzione folle fino in fondo, ma pur sempre una rivoluzione, che parte oltre tutto dal basso. Nel delirante valzer in cui si cimentano Johnny Depp/barbiere serial-killer e Helena Bonham Carter/cuoca cannibale, decisi a combattere insieme i "tempi duri", affiora il tema del riscatto sociale e di una sete di giustizia che il degrado generalizzato (quel marcio sempre evocato di Londra, qui "feccia del mondo") piega a vendetta spicciola e sbrigativa. Basta un taglio netto e zac, tutta la miseria respirata in anni di costrizione e sopportazione sembra venir meno.
Tim Burton ci invita a guardare l'inguardabile: l'orrore della morte, il gusto dell'omicidio che si fa rivincita per chi è sempre stato "in basso" e "per la prima volta" si vedrà servito da "quelli in alto". Ma come non tutte le ciambelle riescono col buco, e non tutti i pasticci hanno ingredienti commestibili alla base, così anche un piano tanto diabolicamente architettato avrà, prima o poi, inevitabilmente, termine...


A colorare il tutto, un'inattesa denuncia politica all'abuso di potere, unita a un attacco frontale alla chiesa e ai suoi servitori: "provate il prete... o il frate" ripete canticchiando inquietante la meravigliosa, e orripilante al tempo stesso, Mrs. Lovett, perdutamente innamorata del barbiere. Un personaggio perfettamente riuscito, così come quello dell'italiano Pirelli, che per radere usa la bandiera nostrana, interpretato dall'irresistibile Sacha Baron Coen che tutti ricordano per "Borat". Notevolissima la galleria di figure sinistre e ombre spettrali che pullulano nella pellicola, dichiaratamente ispirata a quel musical di Broadway che riscuote successo da circa trent'anni e che, per la prima volta, si ha avuto il coraggio di trasporre sul grande schermo.
C'è,
inconfondibile, il tocco
del maestro Burton, la sua cupezza, il gusto
per il gotico, quel tracciare stilizzazioni efficaci dei personaggi
(qui Sweeney è un connubio perfetto fra "Edward mani di
forbice" e "Il mistero di Sleepy Hollow"). Ma, malgrado si
tratti di un film di raffinata fattura e potenza estetizzante, non
siamo di fronte ad un'opera sorprendente, anche
perché la
svolgersi della trama è prevedibile, oltre che noto. A
supplire quella poetica visionarietà, unica e originale, che
caratterizza tutti i capolavori del regista, troviamo la poderosa e
affascinante scenografia plumbea di Dante Ferretti,
vincitore del
meritato premio Oscar.
Se Shakespeare insegnava che passione e vendetta non sono mai buone consigliere, Tim Burton ripete la lezione in altri modi e in altri tempi, concludendo quel bagno di sangue iniziato dai fantasiosi titoli di testa (che a tratti evocano, per contrasto, "La fabbrica di cioccolato"), in un trionfo di violenza senza speranza. Resta la cupa malinconia di un male onnipervasivo, che confonde vittime e carnefici fino a farci simpatizzare con questi ultimi, colpevoli di vivere in un mondo decisamente peggiore di loro.





