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Riprendimi

L'ultimo film di Anna Negri, prodotto da Francesca Neri, racconta la storia di Giovanni e Lucia. La fine di un amore, tra inquietudine, sofferenze e delusioni, nella cornice di un precariato del lavoro, ma anche del cuore.

di Manuela Bianchi 21 aprile 2008

riprendimi_locandinaDopo il delizioso "In principio erano le mutande", del 1999, Anna Negri si rimette dietro la macchina da presa e approda al Sundance Film Festival 2008 con "Riprendimi", una storia agrodolce di presunto amore e vero precariato popolata da giovani adulti in preda a crisi esistenziali che fanno tanto adolescenza e che, per certi versi, più vicine di così alla vita reale non potrebbero essere. 

Prodotto da Francesca Neri e realizzato con un budget ridotto all'osso, questo film si appresta, così come il recentissimo "Tutta la vita davanti" di Virzì e non solo, ad entrare di buon diritto nella sempre più nutrita schiera di quelle pellicole che con amarezza e certa autoironia alzano il sipario su quella che è oggi l'incertezza del vivere da semi-disoccupati, sbarcando ogni giorno il lunario fra lavori che finiscono sempre per essere saltuari, sottopagati e causa di ansie infinite e di guai. 

La trama, basata su una sceneggiatura scritta a quattro mani dalla stessa Negri in collaborazione con Giovanna Mori è, in sostanza, questa: una troupe formata da 2 soli cameraman decide di iniziare a girare un documentario su una giovane coppia più o meno (dis)occupata nel mondo dello spettacolo, composta da Giovanni e Lucia, per poter così raccontare, dal vivo e senza tanti fronzoli, il lato più vero e soprattutto meno poetico della vita reale dell'attore, ricca non tanto di lustrini e luci da ribalta quanto piuttosto di tutte le incertezze possibili. 

francesca_neri_anna_negri

La situazione di partenza però, che vede la coppietta in questione alle prese con tutta una serie di scontri, malumori e incomprensioni a quanto pare all'ordine del giorno, all'improvviso cambia in maniera rapida e in un certo senso imprevedibile con un precipitare di eventi messi in moto fondamentalmente da Giovanni, sempre più sopraffatto dall'insoddisfazione al punto da mollare compagna e figlio piccolo per mettersi con una donna conosciuta per caso e che a sentire lui, dopo tanto tempo, lo fa sentire finalmente vivo

giovanni_luciaLucia dal canto suo, messa lentamente davanti al fatto che il suo uomo se ne sta andando e che l'amore che lei credeva speciale non solo si avvia al capolinea ma forse in fondo non è mai veramente esistito, sulle prime cerca di opporsi alla nuova situazione tentando istericamente di negare a se stessa l'evidenza di quello che sta succedendo, ma finirà poi con l'arrendersi alle circostanze e ritrovarsi "all'improvviso da sola, prigioniera della mia casa, di mio figlio, del mio sogno infranto". 

Dunque precariato da lavoro che diventa anche precariato dell'anima? Sembrerebbe proprio di sì, almeno a giudicare dai toni di questa storia in cui la telecamera, se da una parte non infierisce sulle isterie di Lucia e l'incapacità di Giovanni di gestire le proprie responsabilità, dall'altra nemmeno tenta di dare una qualche luce salvifica o eroica alle loro sofferenze e delusioni

Lucia e Giovanni, insomma, sono quello che sono, e cioè anime che, di fatto, girano a vuoto. La troupe quindi, ritrovatasi immischiata in una serie di situazioni che non aveva per niente calcolato, decide alla fine di cogliere il momento e cambiare trama: il documentario nato inizialmente per capire la mancanza di certezze dell'attore visto nel suo quotidiano diventerà dunque la cronaca della fine di un'amore, che naufraga con tanto di amiche comari di Lucia che non possono evitare di metterci il becco e Giovanni che volta le spalle alle responsabilità di padre e di compagno scegliendo di correre dietro alla gonnella della prima che gli capita. 

Con i promettenti Alba Rohrwacher calata nel ruolo di Lucia e Marco Foschi impegnato invece nei panni di Giovanni, ecco dunque un film indipendente fresco e tutto sommato onesto, che non si mette a distribuire grandi morali ma che punta il dito, semmai, su un certo modo ormai diffuso del cinema di riprendere vicende falsamente reali e soprattutto contro una società, la nostra, diventata liquida, incapace cioè di mantenere la stessa forma per troppo tempo e trascinandoci così in un vortice dove la disoccupazione è precariato e il precariato diventa, volenti o nolenti, uno stato cronico dell'anima.

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Commenti

gerald mercoledì, 30 aprile 2008

ahoi

Ahoi Manuela!

Spero che questo film esca per il prossimo Filmfestival di Monaco.
IL precariato come allora, non diminuirà ma sarà la nuova forma di vita che ci accompagnerà per il resto degli anni. Squagliarsela, sarebbe l'unica via d'uscita, lasciando i problemi irrisolti a quelli che si illudono ancora di raggiungere il successo in casa. Quindi l'incertezza del domani ci renderà più creativi e pronti ad affrontare ogni genere di difficoltà.
Al focolare domestico tutti son capaci di affrontare i disagi, grazie a quei personaggi che ti promettono mari e monti assillandoti la vita con ricatti quotidiani. Per avere devi dare. Solo così si va avanti in patria. Se vai all'estero ti dicon: poverino o fallito. Meglio fuori che dentro in una cella che trasuda false speranze. Meglio vagare che girare a vuoto. Rimanere onesti continuando a fare solo le vacanze nel paese di santi, poeti e... camminatori.

Gruß Gerald

n° 1
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