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"Angel", una scrittrice alla riscossa

Dopo le pellicole "Espiazione" e "Becoming Jane", un'altra storia che racconta le passioni di una scrittrice. Romola Garai interpreta i tormenti di una donna senza certezze, abbandonata dalla sua stessa fantasia, in un film diretto da François Ozon

di Claudia Catalli 15 ottobre 2007

Dopo aver interpretato la fantasiosa e perfida Briony Tallis in "Espiazione", la splendida Romola Garai torna al cinema nei panni di un’altra scrittrice dalla fervida, quanto perversa, creatività: Angel, protagonista dell’omonimo best-seller di Elizabeth Taylor.

Il sempre abile regista francese Francois Ozon si tuffa a capofitto in una trama tutto sommato poco originale (in breve: una ragazzina ambiziosa che ha il sogno di diventare una scrittrice famosa e, a colpi di capricci e fortuna, finisce per riuscirci davvero) per estrapolarne un singolare affresco di rara bellezza, ambiguo ritratto di un’esistenza sospesa di continuo fra realtà e finzione, sogno e concretezza, chimere affidate ad una volontà cieca, totalmente incapace di vedere altro da sé.
Questa è Angel, ragazzina dagli occhioni blu pieni di speranze, povera di famiglia ma ricca di immaginazione. Una scrittrice in erba sfrontata, impertinente, testarda e presuntuosa, fiera già del suo primissimo romanzo, di cui non intende modificare “una sola virgola o parola”.
Cambiare, sì, ma casa, stile di vita, identità. Diventare una donna (e una penna) che conta, abitare nella lussuosa Paradise House (nome eloquente per una dimora da sogno), vivere una storia d’amore bella almeno quanto quelle descritte nei suoi libri, ad ogni costo, anche al prezzo di un’amara e inconsolabile solitudine. “E tutti dicevano che i miei sogni erano bugie, perché esprimevo ad alta voce ciò che non dovevo neanche immaginare”.

E’ così che Angel finisce per isolarsi dal mondo e vivere solo quella realtà che lei stessa va scrivendo, senza notare i disagi di chi le sta accanto (lo sposo Esmè/Michel Fassbender su tutti, annichilito da questa figura tanto egocentrica da annientarlo nel suo amore da favola, di fatto morboso e autoreferenziale).
Ad accudirla, ci penserà sempre la fedelissima Nora (Lucy Russell), sua appassionata lettrice, fan accanita, instancabile massaggiatrice. Una tensione omo-erotica costante, quella che la lega alla sua beniamina, che si rivela lucidamente sorprendente nel finale: quando nessuno può più capirla (tale è il livello di fantasia autocompiaciuta in cui si è rinchiusa la scrittrice) soltanto un silenzioso assenso costante può accompagnarla, mentre i colori del film, caldi e sgargianti all’inizio, crollano d’un tratto in tinte cupe e disperate.

Due eventi in particolare scardinano la storia, in un movimento reciproco e inquietante: l’avvento della guerra, l’allontanamento dell’amore. Ma il vero turning-point, in grado di stravolgere del tutto il dipanarsi degli avvenimenti, è il tòpos rivisitato del tradimento: solo dopo aver toccato con mano la meschinità del quotidiano e aver capito di non essere poi così “unica”, Angel, colei che aveva trasfigurato (ovvero, falsificato) idealmente persino i suoi lutti più gravi, per rendere la realtà sempre più bella, è costretta a fare i conti con se stessa e a scoprirsi debole, umiliata… finalmente umana.
Una donna senza più certezze, abbandonata anche dalla sua stessa, sorridente, fantasia (nessuno compra più i suoi libri, addirittura).

Un film (melodramma… o, piuttosto, intenso viaggio onirico in noi stessi?) che va visto, rivisto e sostenuto, per ammirare, oltre all’evidente bravura di regia e cast, anche la sontuosità dei costumi (applausi per Pascaline Chavanne), l’armoniosità della colonna sonora (le orecchie più attente riconosceranno persino le note della variopinta scena del ballo de “La bella addormentata”!) e la perfezione della fotografia (a firma del grande Denis Lenoir, ispiratosi ai maestri del melò classico).
“Angel”: storia di una schizofrenica frustrata, incapace di guardare la realtà, abituata a sfoggiare il suo talento come i suoi pavoni con la coda.
O piuttosto, cronaca di un ego smisurato, destinato a spaccarsi drammaticamente al primo serio confronto con la vita vera, che nessun inchiostro sarà mai in grado di abbellire fino in fondo.


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