Vogliamo anche le rose
La documentarista Alina Marazzi racconta la liberazione sessuale a cavallo degli anni Sessanta e Settanta attraverso i diari di tre donne di Pieve Santo Stefano
A cura di Alice T.
"Tutto nasce dall'osservazione del mio presente. Rivisitare la storia di quegli anni parte dall'esigenza di capire le cose dell'oggi".
Alina Marazzi è una documentarista coraggiosa. Non ha paura di parlare del suicidio di sua madre, come non ha paura di parlare di orgasmo, aborto e contraccezione, in tempi difficili.
Il suo terzo documentario, Vogliamo anche le rose, è uscito in sala in questi giorni, riscuotendo un grande successo. Molti applausi, molta nostalgia e tanta indignazione. Per quello che non avevamo prima e per quello che, di nuovo, viene messo in discussione oggi. Nel documentario, che sarebbe meglio chiamare docufiction, la Marazzi racconta le donne e la loro liberazione sociale e sessuale a cavallo degli anni Sessanta e Settanta. Per farlo, lei e la montatrice, l'inseparabile Ilaria Fraioli, hanno raccolto decine di spot televisivi, filmati d'epoca, riprese di manifestazioni e immagini di repertorio. Il tutto montato insieme per descrivere tre diari di altrettante donne vissute in quegli anni, ognuna con un punto di vista diverso. Chi ha amato poco, chi è stata costretta ad abortire, chi ha avuto paura del sesso, Anita, Teresa e Valentina rappresentano la donna di quegli anni nel senso più ampio del termine, con le sue insicurezze e le sue scoperte. Talvolta dolorose.
Classe 1964, milanese, Alina Marazzi è la nipote di Ulrico Hoepli, fondatore dell'omonima casa editrice. All'età di sette anni, Alina perde la madre Liseli, che si uccide a trentatre anni lasciando una serie di diari e lettere. Anni dopo, Alina ha ripreso in mano quegli scritti e attraverso i filmati del nonno, ha raccontato la storia di sua madre nel bellissimo Un'ora sola ti vorrei. In seguito ha raccontato la scelta della vita monastica nel documentario Per sempre. Quello di Alina è un percorso coerente, che parte da Un'ora sola ti vorrei, passando per il doloroso Per sempre, fino ad arrivare a Vogliamo anche le rose. Il punto di arrivo, se mai ci sarà, è quello di raccontare la donna, o meglio le tante donne che ci sono dentro di noi. Per capire e per capirci.
"Questo film – spiega Ilaria Fraioli, montatrice di Vogliamo anche le rose - nasce soprattutto dalla necessità di raccontare il contesto culturale della madre di Alina. Lei voleva capire cosa stava succedendo, in quel periodo, alle coetanee di sua madre. Dall'altra parte, era interessante affrontare il tema del cambiamento del costume riferito alle dinamiche di coppia". Per la prima volta, infatti, si può parlare di orgasmo femminile, di frigidità, di terapie di coppia e di pregiudizi. "Se non la dai a tutti i compagni sei una piccolo borghese" sbotta una ragazza in un filmato degli anni Settanta, a testimonianza che la politica di sinistra non ha portato subito alla parità sessuale. Non solo: si parla di aborto e se ne parla con durezza, come di una non scelta: "Mi sembra di non avere avuto scelta" racconta una delle 'protagoniste' dei racconti.
I diari, reali, sono stati presi dall'archivio di Pieve Santo Stefano e in origine le due autrici ne avevano scelti quattro. "Abbiamo scelto il diario – continua Ilaria Fraioli - perché una delle poche idee certe di questo documentario era restituire gli anni '70 attraverso una prospettiva intima. Li abbiamo ridotti a tre per questioni di spazio e in questo ci ha aiutato la scrittrice Silvia Ballestra. Per quanto riguarda le attrici che avrebbero recitato i diari, non è stato fatto un casting. Sapevamo già le voci che volevamo". Un film costruito interamente al montaggio, come spiega ancora la Fraioli, che sottolinea anche il lavoro della fumettista. Un film con molte sfaccettature, come la donna.





