4 mesi, 3 settimane, 2 giorni
A Cannes trionfa il film di Cristian Mungiu, giovane talento del miglior cinema europeo, che affronta senza retorica questioni come aborto clandestino, libertà di scelta e tutela del corpo della donna
Una Palma d’Oro meritata, dovuta, quasi obbligatoria, quella vinta da Cristian Mungiu con il film "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni", capace di fare del grido allo scandalo una silenziosa opera d’arte. Il re Mida della cinematografia rumena finisce davvero per trasformare fango in oro, firmando quello che si può definire senza mezzi termini un capolavoro sulle ceneri di una trama di per sé scarna quanto scottante.
Gabita e Otilia sono due ragazze qualunque, sperdute nella Romania rigida di Ceausescu, connotata da un proibizionismo esasperato che si ripercuote socialmente in un’eccessiva morigeratezza dei costumi.
Le due amiche, compagne di università, si trovano a dover far fronte ad un problema delicato e personale: Gabita è incinta e non vuole tenere il bambino. Ma interrompere la gravidanza, giunta ormai a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (titolo figlio di un rigore scientifico, che ben dimostra il rifiuto categorico del regista a lasciarsi andare a qualsiasi ricamo retorico) è illegale. Pertanto, la questione va risolta con mezzi altrettanto illegali.
L’inevitabile si scontra con il necessario, in un duello filmato da un regista coraggioso, che si fa paladino della libertà di scelta e della tutela del corpo femminile, raccontando una storia intensa e non facilmente digeribile con uno stile volutamente asciutto, sobrio, al limite dell’anonimo (eccezion fatta per tocchi personali efficaci, si pensi alle sequenze della corsa disperata di Otilia, ingoiata da un buio metaforico, con una handycam che la insegue e la inchioda, stile horror-movie).
Un film che ha il merito di affrontare a pieno viso la tematica dell’aborto (vincitrice recente del Leone d’Oro a Venezia con “Il segreto di Vera Drake”), sottolineando la pericolosità di quello clandestino, spesso effettuato da praticoni senza scrupoli.
E’ il caso del signor Bebe, inquietante chirurgo della morte (dell’anima, prima che del corpo), abituato a interrompere gravidanze indesiderate in cambio di uno stipendio infame, con compensi percepiti anche tramite prestazioni sessuali.
Se il prezzo da pagare è fin troppo alto, il rischio da correre non lo è di meno: una volta inserita la sonda nell’utero (operazione che Mungiu, benché ci risparmi i dettagli scabrosi, non ha paura di mostrare, in una ricerca dell’impatto visivo figlia di una feroce contro-informazione, affinché tutti siano ben consapevoli di ciò che accade) è possibile avere emorragie, febbre altissima e altri effetti collaterali poco raccomandabili.
Un intervento, in sintesi, più che invasivo, mirato ad intaccare il corpo femminile, penetrandolo e ferendolo con quella stessa veemenza brutale che il regista riesce a restituire attraverso immagini nude e crude, soprattutto mai didascaliche.
Nessun manicheismo possibile, non ci sono buoni o cattivi in esperienze simili, la denuncia ad ogni moralismo di facciata è palese nelle scene della cena borghese, in cui la famiglia del fidanzato di Otilia è tutt’intenta in discorsi vuoti, dettati da una quotidianità vissuta sulla superficie egocentrica di un’immagine pubblica, più che sulla profondità di una qualche autentica intimità condivisa.
Questo comunica lo sguardo spaesato di Otilia, raccolta in un silenzio doloroso e preoccupata paradossalmente più della sua stessa amica. Gabilia, infatti, non è esattamente una vittima, piuttosto una Medea incosciente dei nostri giorni, che risolve il “problema” scaricando ogni responsabilità (materiale e morale) sulla fedele compagna, pronta ad agire in prima persona e angosciarsi, in uno scambio osmotico di parti basato su una ferrea solidarietà femminile.
Il simbolismo del film è forte e usa immagini potenti, come il cadavere di un feto già formato in primo piano, ma anche continui rinvii pregni di un’ironia amara.
Dopo aver espulso l’ospite indesiderato dal suo corpo, mentre Otilia pensa a sbarazzarsene, Gabilia ordina da mangiare. Interiora di animali. Ma ancora una volta non è tempo di giudizi morali: bisogna soltanto dimenticare questa brutta storia al più presto, magari con uno stacco improvviso degno del miglior (non) finale degli ultimi anni.






Questo film...
...vorrei vederlo... è già uscito al cinema?
Re: Questo film...
ancora non è uscito ma è previsto a breve l'arrivo nelle sale
quindi occhi aperti! :)
> ...vorrei vederlo... è già uscito al cinema?