Intervista a Malika Ayane
Andiamo a fare quattro chiacchiere con Malika Ayane, ultima scoperta di Caterina Caselli e rivelazione a Sanremo, dal cui palco ha spopolato con il brano "Come foglie"
A cura di Veronica La Peccerella
Abbiamo notato la sua voce la prima volta in uno spot, poi l’abbiamo sentita intonare “Feeling Better” dalla nostra radio preferita e, infine, ci ha incantato dal palco dell’Ariston con la struggente “Come foglie” che è ad ora uno dei brani sanremesi più trasmessi dalle radio. Siamo andate a fare quattro chiacchiere con Malika Ayane, una delle più belle sorprese nel panorama musicale recente.
Il tuo stile è stato definito “modernissimo e insieme arcaico”. E naturalmente si è parlato molto della tua esperienza in conservatorio e nel coro di voci bianche della Scala. Lo stereotipo popolare è che gli artisti che provengono da una formazione classica abbiano un atteggiamento più ingessato, mentre la cosa che a me colpisce sempre è la loro originalità. Mi vengono in mente Trent Reznor, il leader dei Nine Inch Nails, e soprattutto Tori Amos. Nel tuo caso, qual è stato l’apporto di questo particolare percorso alla tua personalità artistica?
Io non sono un'accademica, una di quelle che si ammazzava di studio sui libri o sulla tecnica. Non sono una persona capace di restare concentrata a lungo, tranne in casi particolari: mi capitava che mi dessero partiture di 300 pagine da studiare in 15 giorni, e allora le facevo senza problemi. È il percorso a lungo termine quello che mi distrugge, che poi è quello tipico dell'accademico.
Diciamo che non hai la psicologia della maratoneta…
Esatto, sono una persona che vive molto d'impulso. A dire il vero un po' mi dispiace, perché invidio gli asceti della musica, se così vogliamo chiamarli. Ho molti amici che sono lì da quando eravamo piccoli e continuano a prendere diplomi come se fossero scarpe in saldo. Però, in generale, anche quelli che sembrano ingessati spesso nascondono delle personalità particolari. Lo stereotipo ha un fondo di verità perché quando entri in conservatorio sembra di entrare nella facoltà di ingegneria, nel senso che c'è un certo distacco dal mondo.
Immagino che sia un'esperienza che allarghi gli orizzonti, soprattutto in termini di influenze musicali.
Sai, in effetti la cosa strana è che molte persone che vanno in conservatorio non amano ascoltare musica, anzi, alcuni musicisti sono tra le persone che possiedono meno dischi tra quelle che conosco. Però è una formazione che dà gli strumenti per avvicinarti alla musica in modo diverso, e anche per approcciarti al mondo in maniera diversa: è un modo di crescere insieme alla musica. In effetti questo resta, a prescindere dal fatto che uno diventi musicista di professione o meno: alcune delle persone che studiavano con me adesso lavorano in radio, o nella moda, o in pubblicità. Fondamentalmente la musica aiuta a stimolare la creatività.
Quali sono le tue preferenze musicali?
A me piace la musica che fa piangere. Nel senso che non concepisco la musica senza emotività, quindi, a prescindere dal fatto che si tratti di un pianto di gioia o di disperazione, dev’essere commovente. Per esempio amo Stevie Wonder, i Radiohead, i cantautori: mi piace di tutto.

Ho letto che, oltre alla famosa esperienza in conservatorio, ci sono stati sette anni in cui hai fatto di tutto: hai lavorato in club, locali, addirittura ai matrimoni. Cosa ti ha lasciato questa parte della tua formazione artistica?
Sicuramente l'aspetto umano del lavoro musicale. Gli strumentisti, i musicisti che si diplomano e poi vanno a lavorare in orchestra, o si fanno ingaggiare, senza vedere altro, mancano dell'esperienza umana secondo me. Ti fai le ossa nei posti dove nessuno ti ascolta, anche se devo dire che mi sono sempre divertita molto, perché sono il tipo di persona che non riesce a fare le cose se non si diverte. Certo, a volte è umiliante sentirsi dire cose come "spostati, perché devo passare con il vassoio" ma mi sono comunque divertita. Anzi, c'è stato un periodo in cui ho lavorato come cameriera in un club e mi pagavano di più perché a un certo punto mollassi tutto e salissi sul palco a cantare. Era una situazione molto spontanea, visto che si trattava di uno di quei locali pieni di musicisti. Per concludere, è un’esperienza che serve a diventare una persona a tutto tondo, anche perché, se non hai l'anima che suoni a fare?
So che tuo padre è di origine marocchina. Mi chiedevo se la cultura araba ti abbia in qualche modo influenzata, soprattutto con le sue sonorità.
A dire il vero non saprei: fa talmente parte di me che non so identificare qualcosa di preciso in cui mi abbia influenzata. Anche riguardo la nostalgia: prima la sentivo di più, adesso c'è un’immigrazione molto forte quindi l'Africa è ovunque. Forse si sente nella mia voce, nel timbro, ma non per quello che riguarda questo disco e le sue scelte stilistiche.
Una tua collega nella scuderia Sugar è Elisa, e anche lei canta in inglese: pensi che questo sia fondamentale per aspirare ad un certo tipo di pubblico? O per scrollarsi di dosso l’etichetta di provincialismo che spesso si affibbia alla musica italiana?
Ti dirò: dipende da come la fai, la musica italiana. Io penso che si stia muovendo qualcosa sulla nostra scena musicale, e la prova è anche questo Sanremo: eravamo tutte nuove proposte e non presentavamo brani molto riconducibili allo stereotipo del brano italiano melodico. Personalmente, il mio gusto prescinde dalla lingua: mi piace scegliere i testi in base al suono della parola, anche perché una brutta canzone resta tale in qualsiasi lingua. Un anno fa ti avrei detto di sì, che l'italiano limita il tuo pubblico a una cerchia provinciale. Io non ho cantato in italiano fino a un anno fa: odiavo il modo in cui suonava la mia voce e ho dovuto fare un lavoro di ricerca perché fosse come volevo. Il risultato, però, è che si ottiene maggiore attenzione, perché l'italiano serve a dare un senso di appartenenza. E comunque è stato bello: ora che ho imparato, penso che proverò anche con altre lingue… il francese può essere un'idea.
Cosa pensi dei talent show? Qualcuno li ha paragonati ad una sorta di Colosseo in cui gli artisti si affrontano come gladiatori.
Sono stata ospite ad “Amici” qualche giorno fa e mi sono resa conto per la prima volta di quanto sia forte questa componente. Ci sono delle persone di mezzo, certo, ciò nonostante credo che non vada demonizzato lo show. In fondo anche la discografia crea delusioni e sogni infranti. Il messaggio che dovrebbe passare, piuttosto, è che è importante fare un lavoro su se stessi, sulla propria musica e la propria personalità, non solo aspettarsi che un po' di talento e un po' di televisione ti regalino un disco d'oro.
Ho appreso da un’altra intervista che sei dipendente da facebook. Quindi ho pensato di girarti una domanda che circola tra gli utenti. Si discute molto sulla corretta interpretazione del testo di “Come foglie”. Le parole sono state scritte da Giuliano Sangiorgi, (ndr che è solo uno degli ospiti speciali dell'album di Malika, insieme a Paolo Conte e Pacifico) però sappiamo che ti ha anche chiesto di “fare tuo” questo brano. Quindi volevo una tua interpretazione personale.
Per me è difficile spiegare anche le canzoni che scrivo io, quindi in questo caso posso solo dirti cosa provo quando la canto o cosa ho cercato di trasmettere. É anche vero che, se faccio bene il mio lavoro, quest’emozione dovrebbe arrivare comunque. In ogni caso, io ho provato a vederla come una canzone da giovedì pomeriggio, per parafrasare Corto Maltese, una di quelle musiche malinconiche che ti prendono e ti accompagnano in una tristezza dolce. Trovo che la tristezza non sia uno stato negativo come si crede comunemente.
Quindi non parla di una storia d’amore?
Non necessariamente. Io sono una narcisista: per me parla di uno di quei momenti in cui si fa il punto della situazione, ci si guarda allo specchio e si raccolgono frammenti del proprio vissuto. Non nego che si tratti di una di quelle canzoni con cui la gente s’innamora, oppure piange amare lacrime perché ha appena chiuso una storia. Potrebbe anche essere entrambe le cose, perché magari diventa la canzone di una coppia, e quando la si risente dopo che la storia è finita…
Malika ci regala ancora un paio di battute e prima di salutarci ci offre un tè. Ma non è l’esotico tè alla menta che ci aspetteremmo in uno scenario marocchino, bensì un inglesissimo Twinings accompagnato da commenti su una delle sue grandi passioni: le scarpe… made in italy naturalmente.






d'estate muoio un po'
malika, grazie per come foglie... :)