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Storie: "Lui, lei e l'altra"

"Stavolta l'altra ero io. Lui mi piaceva tantissimo, ma aveva scelto la mia amica e per questo li odiavo. Finchè non ho deciso di prendere in mano la situazione..."

di Redazione GirlPower 3 luglio 2009

Ho sempre pensato che se potessimo convertire in elettricità tutta l’energia che noi ragazze (donne mi pareva un tantino esagerato) sprechiamo in dubbi, rabbia e struggimenti vari per rapporti di coppia il più delle volte inesistenti potremmo illuminare una città. E non dico un piccolo paesino di montagna, ma una metropoli. Di quelle grandi. Seattle? Diciamo Seattle, va. E non so se la convinzione che con l’energia dei maschietti al massimo si potrebbe accendere una lampadina mi derivi dalle infinite delusioni o semplicemente da un’adolescenza troppo segnata dalle letture di Cosmopolitan e annessi vari. So solo che le storie di noi ragazze si assomigliano incredibilmente una all’altra, nonostante le innumerevoli differenze. So solo che a quattordici, sedici, diciannove anni (più in là posso fare esclusivamente supposizioni) stiamo stese sul letto con gli occhi fissi al soffitto e il libro sul comodino, che dovremmo studiare e ci limitiamo a rimurginare sui massimi sistemi e sulla nostra infelicità. Storie banali, uniche, intense, evanescenti, dolorose, spensierate, inventate… 

Lui era. 
E uso l’imperfetto volutamente, anche se non è morto, ma per me è come se lo fosse. Anzi, forse sono addirittura troppo gentile a considerarlo così. Lui non è mai esistito, cancellato dalla faccia della terra, senza un passato, un presente e, più che mai, senza un futuro. 
Lui era. 
Incredibilmente Bello. 
Dentro, fuori, che importa? Per meritarsi Bello con la maiuscola c’è bisogno di spiegazioni? Non è un’opinione, è uno stato di fatto. Indiscutibile. Così indiscutibile che non sono stata la sola a pensarlo quando ha fatto la sua comparsa nella mia vita, quella fredda mattina di Dicembre. Io e le mie amiche, Sex And The City, esaltate per una banale vacanza fuori città e per il Capodanno in un Paese straniero, di cui solo io conoscevo la lingua. O almeno, mi barcamenavo. La sua Bellezza ci apparve luminosa, senza contraddizioni o lati inquietanti, nella sala d’aspetto di quello sgangherato Ostello della Gioventù…che si potesse definire “sala” poi è opinabile, ma tale la rendeva il semplice fatto di contenere un divano dell’anteguerra e qualche giornale che si presumeva non molto più giovane. E mentre arrancavamo con gli zaini (e io con la mia valigia, che mi ero ostinata a portare nonostante i vari ammonimenti delle mie compagne di avventura) non riuscivamo a staccare gli occhi da lui, senza risolini, senza battute, senza sguardi ammiccanti, tanto eravamo ipnotizzate ed esterrefatte dal fatto che bastasse varcare una piccola catena montuosa per imbattersi in tali spettacoli della natura. Ora, mi sono sempre chiesta se fu solo coincidenza o se è possibile che gli sguardi abbiano un peso: non saprei, magari quando sono particolarmente intensi fanno vibrare l’aria. E’ una teoria talmente campata per aria? Tuttavia, è la sola spiegazione che riesco a darmi: non eravamo più carine, più brutte, più imbranate di qualsiasi altro gruppo di ragazze che transitava in quella sala ogni giorno, ma lui pensò di alzarsi e venirci incontro, sussurrando parole incomprensibili. Che fossero incomprensibili è un fatto opinabile, dato che avevo studiato quella lingua per cinque anni, come mi ricordarono gli sguardi minacciosi delle mie amiche “Traduci alla svelta o sarai severamente punita”. Una mano, sì, ecco, sì vorremmo una mano. Ah, grazie, sì ovvio. Italiane. Ah , grazie. Oh, l’ho già detto? Scusa io….(imbranata, come diavolo si dice imbranata in francese?) cioè noi…Rise. Di gusto, come se gli avessi appena raccontato una barzelletta. Non rise di noi. Rise con noi. Non potemmo evitare di seguirlo. Cinque ragazzi che ridono tra la polvere di un Ostello. Mi piacque. Non lui, intendo, la situazione che era riuscito a creare: non era da tutti. Un altro segno (sono sempre alla ricerca di segni, li considero piccoli indizi che qualcuno lassù si diverte a disseminare nelle nostre vite contorte). Lui fece l’unica cosa che poteva fare: afferrare la mia valigia, dato che gli zaini stavano saldi sulle spalle delle altre, ed avviarsi per le scale, mentre noi ci guardavamo ad occhi sgranati, completamente perse. 

E non so se ci perse ancora di più il fatto che, mollato l’ingombrante bagaglio davanti alla stanza, se ne tornò giù senza una parola, fatto sta che, chiusa la porta, iniziammo un concitato discorso. Sussurrato, ovvio: chi poteva assicurarci che il ragazzo dal Sorriso D’Oro non parlasse tutte le lingue di questo mondo? Punto primo: spartizione. Uno in quattro è dura, anche perché restavamo solo tre giorni e i criteri orari ci parevano un tantino disperati, se non squallidi. Il fatto che partissi avvantaggiata per via della lingua mi faceva sentire un tantino in colpa, ma d’altro canto ora sapevo che erano ben valsi quei soldi spesi in lezioni pomeridiane; conclusioni: chi vivrà vedrà. Bilancio di un’ora di affettati discorsi. Da economista che cerco di diventare avrei dovuto considerarlo uno spreco di tempo, ma sono questi i momenti che danno senso a una vacanza. E sapore all’amicizia. Per non spaventarlo stabilimmo che saremmo scese in due (il che mi ricorda molto le gite con gli scout, quando si avvistano animali selvatici) per reperire il maggior numero di informazioni: immaginate il nostro stupore quando trovammo la sala vuota e alla reception un tipo che doveva aver ingaggiato una lotta senza quartiere con il sapone. Ma puoi stare a struggerti per uno di cui non sai niente quando davanti hai una città popolata da migliaia, ma che dico milioni di abitanti? Domanda retorica. 

Propinai la mia teoria sul Segno e uscimmo alla scoperta della metropoli, eccitate come bambine, sbuffando vapore nella gelida aria parigina. “Je craque pour Paris”. Craquer è uno dei miei verbi preferiti, lo uso anche in italiano, per il suo suono incredibilmente onomatopeico. Per le vie del Quartiere Latino mi pareva di sciogliermi, nonostante il mercurio dei termometri superasse appena la tacca dello zero; risalendo Boulevard Saint Michel ho fatto letteralmente impazzire le altre, fermandomi ad ogni negozio, spinta dal mio inquietante feticismo per i libri usati, che paragono a dei bambini abbandonati e bisognosi di affetto per riprendersi dal trauma. Ma forse il vero trauma fu il nostro quando, rientrando dalla nostra folle giornata, ci scontrammo col Bello e Impossibile. O meglio: io mi scontrai e letteralmente, dato che inciampai ai suoi piedi come un sacco di patate. Avere una gomma e cancellarsi da capo a piedi, il mio unico desiderio in quel momento. Invece ero investita da una colossale responsabilità, come mi ricordarono le altre afferrandomi al volo e spingendomi di nuovo verso di lui (che bella cosa l’amicizia). Parla. Connetti. No, no, meglio, prima connetti poi parla. Per fortuna fu lui che spezzò l’imbarazzo (i maschi non conoscono questa parola) e devo dire che nonostante la Bellezza fosse abbagliante non riusciva a nascondere la sua incredibile gentilezza, il suo umorismo, il suo interesse. Savoir faire? Può darsi. A posteriori, a mente fredda, è più facile capire certe cose. Passammo una delle più incredibili serate delle nostre vite in quel salottino, chiacchierando per ore con uno sconosciuto, con me che facevo da interprete finchè scoprimmo che parlava alla perfezione anche l’inglese e lo spagnolo e il mio ruolo di traduttrice ufficiale venne messo in crisi. Non prima di ricevere i suoi complimenti per la lingua, così perfetti da sembrare spontanei (craque). Era un amabile conversatore e una guida disinteressata, come scoprimmo mentre ci segnava sulla cartina tutti i luoghi “à voire absolument”. 

Ed era anche un esperto dei giochi di sguardi: quelle occhiate rapide che ti colpiscono come l’elettricità, quelle prolungate che insistono fino all’imbarazzo perché non hanno paura di farti capire, di mettersi a nudo. Non dovetti essere l’unica ad accorgermene, perché poco a poco le altre salirono su, un po’ deluse, ma felici per me, da vere Amiche, quelle che in tutta la vita incontri una volta sola. O almeno, credevo. Restammo soli. Io e lui. Lui che occupava tutta la stanza e io che mi ritagliavo un angolino da cui almeno poterlo osservare. E lui che mi riprende dall’angolino, mi fa parlare, mi parla, mi racconta e ogni dettaglio che esce dalle sue labbra acquista una patina rosa, come se soffiasse fuori le parole in bolle di sapone. Sono io in una bolla di sapone. Io e lui. E Parigi. E tutto il mondo mi sembra una bolla gigantesca che ci contiene, ma è tutto immobile e ci muoviamo solo noi, solo i nostri cuori che battono all’unisono. Puoi spiegare la Magia? Io e lui. E lei. Lei e lui. In una bolla, ben più grande della nostra, ben più colorata, mentre la mia scoppia e io precipito. Lei e lui e il mio cuore spezzato e lei la mia migliore amica. No, no, aspettate, non avete capito! Io, lui e l’altra, vero? Come supponevo, mi dispiace di essermi espressa male, mi lascio trasportare dalle parole a volte. Lei, lui e l’altra: questa è la realtà. Il che mi spezza il cuore ancora di più, ma importa in quanti cocci si rompa? Ormai è in frantumi. E mi sembra di vedermi quando lui mi chiede di lei, di vedere la mia espressione persa, che urla “no, ma che stai dicendo? Non vedi che rovini tutto!”. O forse è solo dentro la mia testa, perché poi apro la bocca e ciò che esce è un appassionato elogio di lei (un elogio all’amicizia), di ciò che è, di quanto valga (sicuramente più di me, se hai scelto lei) e di tutti gli altri dettagli che per lui sembrano una questione di vita o di morte. Non chiedermelo, non chiedermelo. Ok, me lo chiede: ma qualcuno che ascolta le mie preghiere lassù proprio non c’è? Me lo chiede e io lo porto su e spiego a lei e mi sento calata alla perfezione nel ruolo di Cupido, ma non accennano mai al fatto che Cupido sia morto alcolizzato perché rifiutato da tutte. E’ mia amica. Gioisco con le altre, mentre lei lo raggiunge. Gioisco con le altre, mentre li vedo assieme tutto il giorno seguente e quello dopo ancora. Gioisco con le altre, mentre la vedo impossessarsi della mia bolla di sapone e soffiarmi via. 

Riesco a mentire persino in un racconto: non gioisco affatto. Lo odio. Li odio. E soprattutto: la odio. Va da sé che odi anche me stessa, ma non posso farne a meno. E’ una semplice ingiustizia e se ci fosse un tribunale delle questioni affettive darebbe ragione a me, mi restituirebbe il Belloedevidentementepossibilemanonperme e la obbligherebbe a pagarmi un indennizzo. Così il pensiero: e se il tribunale me lo creassi io? Insomma, il giusnaturalismo è pur sempre una dottrina di tutto rispetto e chi sono io per negarla? Mi chiedo se fossero questi i pensieri che mi hanno spinto a mettermi in ghingheri a Capodanno. Mi chiedo se sia stata la mia gelosia a spingerlo via da lei con la forza, in quella via affollata, o semplicemente la mia rabbia per qualcosa su cui mi ero illusa e che mi era stato strappato via senza un avvertimento. E l’ho spinto su per le scale, l’ho spinto sul letto e pregavo che lui mi spingesse via, con la stessa forza,con la stessa rabbia, come a gridare che l’Amore vero esiste e che nessuna stupida invidiosa può lacerare il connubio di due anime gemelle. Di certo non mi aspettavo che mi attirasse a sé, che mi corrispondesse: ad ogni azione ne segue un’altra uguale e contraria. Dov’è il contrario qui? Forse semplicemente in amore non valgono le regole della fisica (è questo che ci destabilizza?).

Di certo non mi aspettavo il suo sorriso, così diverso da quello del primo giorno (craquer), un sorriso pieno di consapevolezza, privo di qualsiasi innocenza, un sorriso pianificatore, insensibile e crudele. O ero io che mi specchiavo nel suo sorriso? Era il mio riflesso. E non potevo incolpare lui né incolpare me: spalle al muro. Cosa mi resta? L’amicizia che non c’è più. L’Amore neppure. Non ci vuole un economista per capire che chiudo in negativo, e di molto. Se solo potessi. Chiudere, intendo. E dimenticare. E ricominciare. Non posso. Non credo più: ai segni, ai colpi di fulmine, a me stessa. Mi hanno tarpato le ali.

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Commenti

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dada martedì, 29 giugno 2010

io ti capisco

io ti capisco a me è successa la stessa cosa , io apprezzo la tua lucidità e sincerita nel descrivere sentimenti e sansazioni negative che nn ci piacciono ma che proviamo nostro malgrado . io a differenza tua nn ho neanche avuto il coraggio di provarci la mia nn è stata bravura ma arrendevolezza. il senso di odio che mai avrei pensato di poter provare nei suoi confronti , l invidia, il senso di inadeguatezza , l autostima che scende , perche la sua presenza di martoria il cervelletto , e alla fine capire che puoi perdonare ma che dimenticare quello nn potrai mai .....!

n° 8
Dieffe venerdì, 24 luglio 2009

vorrei...

Vorrei che continuassi la tua storia anche solo per il piacere di leggerti; scrivi davvero bene.
Per il resto, apprezzo che tu sia stata molto realistica nel descriverci la tua storia (lo odi, li odi - certi sentimenti, per quanto possano apparire sbagliati, come possono essere controllati?), ma onestamente non capisco come un'amicizia che si presume sia ben assestata possa essere mandata all'aria da una persona che entrambe conoscevate così poco. Non so se parlo così per il rapporto che ho con le mie amiche, però mi pare ingiusto. Tu parli di segni, di colpo di fulmine, di affinità mentale, di savoir faire, ma per quanto un ragazzo possa essere Bello, tanto più c'è la probabilità che sia conscio di questa sua avvenenza e se ne approfitti.
Mi dispiace per come sia andata a finire, per il fatto che nel processo gli affetti a cui tenevi siano andati all'aria, ma ripeto, se c'è stata quest'eventualità, è perchè evidentemente tutto era fondato su delle basi molto effimere.
Ti auguro in futuro di poter trovare la persona giusta, da non condividere o "rubare" a nessuno, ma solo qualcuno che sappia amarti davvero.
Mi sembri una persona molto intelligente e spero che in futuro tu possa valutare meglio le persone, a prescindere dall'apparenza.
Un saluto.

n° 7
Giorgetta94 giovedì, 23 luglio 2009

ciao..

allora capisco tutti i sentimenti e le tue emozioni...ok xò il gesto è imperdonabile

n° 6
Valentina mercoledì, 8 luglio 2009

aiuto

scusate è da tanto che cerco di scrivere anche io un racconto..potrei sapere comesi fa perfavore...grazie in anticipo

n° 5
piccolafarfalla mercoledì, 8 luglio 2009

aiuto

Scusate ma cm si fa a scrivere 1 propria lettera?? mi sn appena registrata...gra.....

n° 4
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