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Una sola parola, anzi mezza, parte del suo nome, l'aveva
presa e portata su fino alle stelle, fino ai sogni,
per poi ridiscendere e scoprire che si trattava di una
dolce realtà. L'aveva chiamata. Era al telefono
con lui, per la prima volta dopo due anni e mezzo. "Ciao"
fu tutto quello che riuscì a rispondergli. Era
come se le si fosse emozionata anche la lingua.
"Paolo" (sottinteso il 'sono'). Un
altro nome, il suo stavolta, come a voler confermare
quell'evidenza stupenda. Ti ho riconosciuto! Non lo
sai o fingi? - da sempre sapevo che non poteva finire
a quel modo-. Non sai? Che la tua voce mi fa tremare,
che il pensiero di saperti a pensarmi mi rende beata,
e mi fa ringraziare il cielo di esistere e che tu esisti?
Fingi? Ti ho riconosciuto! Sei
tu, tu, tu, semplicemente e tremendamente.
Fiumi di parole istantanee, solo pensate.
Espresse così: "Lo so. Come stai?"
(Ma che ho detto! L'ho visto poco fa! Sta bene, no?!
Che domanda cretina!) Ma lui
le adorava tutte le sue domande, avrebbe
voluto stare ore a risponderle. Perciò, ovviamente,
disse: "Bene".
Chiara si soffermò un attimo al suono delle sue
parole. Che voce. Seppe che avrebbe potuto distinguerla
tra le interferenze, i temporali e i continenti. Profumava
di buono e di sentito. Anche di profondo. E non era
cambiata. Intima, forse un
po' indurita dal tanto ridere forte e ostentare un genuino
dialetto. Non era una voce, era una ripresa
di un regista sublime, attraverso cui le venivano mostrati
i ricordi e le immagini di lui più tenere. Era
la melodia di un film. Il loro.
Erano stati insieme quel pomeriggio. Dopo tanto tempo!
Lei aveva finalmente riavuto la sua polo; aveva fatto
un giro insieme ad un'amica, Francesca. Al momento di
riaccompagnarla non sapeva ancora se sarebbe andata
alla partita di pallavolo. Giocava il Bisognano Volley
contro la femminile locale, quindi anche Maria, una
compagna di classe con la quale c'era stata un po' di
maretta. Andare a vederla avrebbe potuto servire a ricucire,
a chiarirsi. Chiese il parere di Franci, e si sentì
davvero bugiarda. Mentre quella la consigliava su Maria,
Chiara pensò che Maria era l'ultimo motivo per
cui andava lì. Con una
amica c'è sempre tempo per chiarire (forse).
Invece certe cose si devono sapere subito, e non si
può aspettare. Sorrise al pensiero di come fosse
stata ipocrita soprattutto con se stessa. Ma era ormai
stanca di fingere, in ogni senso. Guidava e pensava:
"Forse non verrà. Ma se non ci vado non
lo saprò mai. Anzi lo saprò, e mi morderò
le mani". Due minuti dopo era nella grande
palestra, seduta sugli spalti a fissare il campo vuoto.
Sola, a parte i mister e i presidenti. Maria era con
la squadra a cambiarsi.
Erano state felici di vedersi. Sperò che vincessero.
Si augurò che passasse tutto fra loro due. Intanto
i futuri spettatori avevano iniziato a entrare. Amici,
fidanzati, annoiati dalla domenica. L'allenamento cominciò.
La porta si apriva spesso, deludendola ogni volta. Chi
aspettava, e cosa? Mai avrebbe immaginato che ogni suo
desiderio sarebbe stato esaudito dall'alto, o forse
da lui stesso, che, come lei sospettava da molti anni
a quella parte, sapeva esattamente e sempre cosa le
passava per la testa, perché pareva
leggerle tra i capelli. Allora forse si metteva
d'accordo con Dio.
Gli diceva: "A lei ci penso io. Se peccherà
la punirò, se sarà buona riceverà
il suo premio". Evidentemente era stata buona.
La porta si era aperta ed era apparso lui. Un giubbotto
rosso e nero, gli occhiali da vista, il fazzoletto per
una infreddatura, sperò, momentanea. Le si rischiarò
l'anima. E vide Dio. Dio che esisteva e le voleva bene,
Dio che aveva materializzato in lui il suo amore per
lei. La sua apparizione si era accompagnata a un botto
e a una voce fuori campo, che aveva tuonato solo per
lei : "Hai visto? Te l'ho mandato! Fanne buon
uso! Poi non dire che non esisto!" ( Chi l'avrebbe
detto che il Signore fosse tanto "umano"?)
Attraversò la palestra e si fermò per
salutare alcune persone. Subito non la vide. A un tratto
i loro occhi si incontrarono. Non
seppe, Chiara, se riuscì in quel momento a nascondere
la sua felicità. Lui le andò
incontro, le stampò sulle guance due baci, che
aggiunsero pericolosamente altro desiderio a quello
già esistente. "Non ti avevo vista!"
La sua voce. Io sì, piccolo mio, ti avevo visto,
ti aspettavo, ti vedo da sempre, da giorni, da un mese
ti vedo di nuovo. Ti vedo steso tra le mie braccia nel
campetto da tennis al parco, ti vedo rosso e felice
con me e per me, con il viso affondato nelle mie spalle
a complimentarti per quelle scapole sporgenti che ti
piacevano tanto, per la fossetta alla base del collo,
io e te, tra il tuo profumo e il mio, inebriati, come
ai tempi che furono. La voglia,
il bisogno, la mancanza di te mi prendono allo stomaco
come un pugno.
Ti prego ora siediti accanto a me, sono venuta sola
apposta, per te, cos'è la partita, chi è
Maria, che sport è questo? "Sei sola?".
"Si".
Uno sguardo di fuoco, che lei timidamente ricambiò.
Occhi maschi e indagatori, dolci, eloquenti come gesti,
baci, più delle parole. Chiedevano la verità:
"Perché mi parli, mi cerchi, mi saluti,
mi baci, mi vieni dietro di nuovo, ti sei lasciata,
parla!".
"Posso sedermi qui?".
"Si".
Siediti gioia, come sei bello e che labbra screpolate
hai oggi. Non potè fare a meno di notare la sua
pelle, guardandogli il viso e il collo. Era meravigliosa,
scura. Perfetta. Ricordò.
D'estate i peli delle braccia si doravano leggermente,
così come quei capelli più sottili sulle
tempie o vicino alle orecchie, e lui diventava un angelo.
Per un momento desiderò
che fosse estate: quella estate...
Siedi qui. Ti dirò tutto quello che hai il diritto
di sapere. Capì al volo, mentre le si accomodava
accanto; attese. Qualche frase generica, qualche battuta.
Risate. Poco dopo la confessione era iniziata. Come
previsto. Era felice, mentre lei gli diceva che era
in crisi nera e che stava per lasciarsi con la persona
con cui stava da due anni e un po'. Felice e buono,
felice e non cattivo, esattamente come aveva sperato
che fosse. Uscirono a fumare. Lei aveva tremato per
il freddo e lui le aveva guardato le gambe, per un attimo.
Parlavano ancora, felici di essersi ritrovati per il
momento come amici.
Parlarono come una volta e fu bellissimo. Evitò
di guardarlo negli occhi, temeva
che trasparisse chiaramente il desiderio di lui, ora
più forte delle remore, della paura di lasciarsi
di nuovo e di non parlarsi per altri due anni. Oddio.
Come ho fatto a non rivolgergli la parola per tutto
questo tempo!?!
Si pentì.
Ma anche lui non era stato buono. Basta: era il passato.
Si erano separati a fine partita con un bacio. Lui,
capendo la completa ignoranza di lei, l'aveva informata
sul risultato. Avevano vinto. Maria aveva vinto. Ma
va? "Tutti e tre i set". Che vuol dire
set? Preferì non chiederlo. Dai, in fondo lo
sapeva. I set erano i tempi. E chi più di lei
era esperta di tempi? Li sapeva riconoscere e analizzare.
Adesso era tempo di sincerità
e di passione; basta con le bugie. E...
avrebbe iniziato a informarsi meglio su quello sport,
se lo ripromise. Specie perché lui era entrato
brillantemente a far parte della maschile. Doveva sapere
tutto. Avrebbe chiesto a Maria.
Lungo la strada con l'amica, in auto, quasi si pentì
di non aver insistito per quel passaggio. Rischiò
l'incidente ogni volta vedendo un giubbotto rosso e
nero. Mai fu lui. Benedette divise sportive! Non lo
rivide più per quella sera, ma tornare a casa
delusa le sembrò un affronto a quel Dio così
magnanimo. L'umore era alle stelle. Non cenò
e non provò fame. Ascoltò le ultime canzoni
scaricate, e tutte, anche le più stupide e commerciali,
le sembrarono avere un senso e un forte riferimento
a loro. Proprio come ai tempi in cui si frequentavano,
loro, così amanti della musica. Lui era una nota
vivente. Impazziva per Vasco ma sapeva cantare e suonare
di tutto. Appena lasciati anche la popolinella le dava
il magone.
All'improvviso si ricordò che le aveva lasciato
il suo numero."Se hai bisogno di parlare"
aveva spiegato. La sovvenne
anche quando con le lacrime agli occhi, aveva dovuto
cancellarlo. Gli scrisse un messaggio per
ringraziarlo e per dirgli che le era mancato. Digitò
le cifre e le sembrarono quelle della felicità
eterna. Un pensiero. Forse si illudeva. Forse avrebbe
sofferto più di prima. Stranamente non le importò.
Pensò che l'amore è
desiderio ma anche perdono. La paura lasciamola agli
altri.
Il telefono aveva squillato. Avevano parlato, imbarazzati
e indecisi, forse già
innamorati di nuovo. Lei, quasi di sicuro.
Si erano detti un monte di scemenze, ma non era importante.
Le tensioni di una giornata intera si scioglievano adesso
tra le parole e i silenzi in attesa della voce dell'altro.
Lo immaginò, appena uscito dalla doccia come
lui le aveva raccontato, caldo e profumato come un panino,
steso sul letto a pancia in giù, o alla scrivania,
o alla finestra a guardare la sera. Pensò
a come fosse assurdo avere in tasca la certezza che
non l'avrebbe mai dimenticato. Nonostante tutto.
E da lontano e nel silenzio, e tra i ricordi e nei pensieri,
e nel dolore e nei problemi, le sarebbe bastato un suono,
un odore lontano, un'espressione di un passante, per
rivederlo, vivo e reale, come un fotogramma da amare,
da tenere per mano e portare in strada: la gente del
mondo l'avrebbe ringraziata per voler dividere con tutti
la luce che emanava. Ovunque il destino l'avesse portata,
le sarebbe bastato chiedere al cuore di far partire
quel nastro d'amore; avrebbe ascoltato ancora quella
voce capace di accendere il sole e di asciugare la pioggia
dal cielo e dai volti degli uomini; ogni
volta e per sempre si sarebbe meravigliata con gioia
di come la memoria di lui fosse, semplicemente, eterna.
Qualcuna/o ha qualche altro
consiglio da darle/gli o un esperienza da raccontare?
Scrivete a LOVE@girlpower.it
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divisa fra 2 passioni...
Io sono giusto innamorata persa del mio allenatore di PALLAVOLO ke gurda caso si chiama PAOLO...ma lui non lo sa e non posso dirglielo xkè di sicuro non ricambia(W il pessimismo) e rovinerebbe gli allenamenti e io amo anke questo sport....
wow
ke bello. mi è piaciuto 1 sacco.
per la redazione
allora volevo chiedere una cosa alla redazione che nn centra niente con questa rubrica ne con questo articolo.
potete in qualche modo sbattere definitivamente fuori dalla chat di sudenti il nick 12poetadelcielo? Costui si è fatto una reputazione negativa per la sua abitudine di floddare in chat con frasi ridicole che indicano un certo qual fanatismo religioso. credo che sia diritto di tutti poter chattare in tranquillità e siccome non tutti sono a conoscenza della funzione "ignora"vi chiedo di prendere seri provvedimenti.
ho già spedito piu volte alla reazione del sito delle mail per far emergere il problema ma nn sono stato considerato minimamente.
ora mi appello disperatamente a voi.
questa è una richiestanon non solo mia ma bensì rappresenta l'interesse di un po tutta la chat..grazie!
Re: per la redazione
si vi prego! ascoltatelo! nn ne posso più di quell individuo!
x Kai e x Vale
kai????? il tuo professore di italiano è cinese?? è l'unica spiegazione ke posso ricavare da quello ke di +stupido potessi mai dire!
Vale se io e tulipano volevamo essere amici nn pensi ke lo saremo già stati?? ;)
Piano...piano...
X tulipano e giuliana88
Cosa ne dite di finirla con questi discorsi???Si capisce subito che volete essere amici, perciò basta con questi discorsi a parer mio "idioti"(non interpretate male questa parola, è solo un modo di dire)....