> Questa
era l'ispirazione dalla quale partire:
Modulazione numerica di passati contatti
Uscii una sera senza sapere dove andare, come alla fine di rave che ti guardi
intorno e non sai neanche chi sei. Sentivo che avevo un urlo dentro da dire
a qualcuno, ma non voleva ascoltarmi nessuno. Ci sono stati anni e anni di autismo
completo. Girando per le strade trovai una cabina telefonica neanche troppo
messa male ed entrai. Non avevo soldi né schede con me e soprattutto
non avevo nessuno a cui dire che erano giorni che stavo bene. Tuttavia presi
tra le mani la cornetta e mi misi a osservare i tasti rendendomi conto di non
averli mai visti. Così pensai cosa potessero ricordarmi quei numeri,
pensando che c'è sempre almeno un numero da ricordare nella vita di ogni
persona.
Mentre fissavo le macchine scorrere sulla strada, mi venne in mente il numero
16. Non so perché. O relativamente a chi. E poi capii che sedici erano
gli anni che avevo quando ho davvero visto il cielo per la prima volta.
Si, ok, è ovvio che tante volte avevo visto il cielo. Ma era una delle
tante cose che davo per scontata, come vedere i miei lineamenti allo specchio
o sentire il profumo di lavanda nel giardino.
Ecco ricordo che è andata più o meno così. Avevo sedici
anni, trascorsi più o meno in un mondo alienato tra cartoni animati d'infanzia
e poi strani mondi da adolescente sempre troppo claustrofobici. Ricordo, appunto,
che ero come al solito in una sensazione di apnea, come quando, guardandoti
intorno, sembra che la stanza ti stia schiacciando sempre di più. Così
un pomeriggio tardo-invernale (la primavera era quasi arrivata - lo ricordo
chiaramente) mi trovai ad essere su un prato con gli occhi puntati in alto.
Con sorpresa mi resi conto che non c'era solo un soffitto che mi schiacciava.
C'erano chilometri di libertà sopra di me.
Impressi il cielo e la sua immensità dentro di me e per la prima volta
imparai a volare.
Presi tra le mani alcune parti di questa libertà e me ne nutrii avidamente.
Così tanto da vomitarla.
16. mi piaceva quel ricordo. Eppure questo non mi aveva aiutato a capire cosa
dovessi fare in quella sera in cui, guardandomi intorno, non capivo chi fossi.
Forse dovevo tornare a casa, ma avevo voglia di dire a qualcuno che stavo bene
da morire.
Composi un altro numero nella mia testa. Ma questo mi ricordava solo piccole
scosse elettriche. E ripensai a quando io e mia sorella facemmo il funerale
al pesce rosso. Sì, il numero doveva essere il 7. Sette i mesi che il
pesce era rimasto con noi. 7 luglio il giorno in cui lo ritrovai a pancia in
su nell'acqua della sua bolla in vetro.
Ripenso a mia sorella e rivedo i suoi capelli biondi. Quasi da Barbie. Avrei
ucciso per quei capelli. Profumavano di nuovo. Non vuol dire niente, è
vero, ma quando l'abbracciavo sentivo un profumo che mi faceva pensare al nuovo.
Come concetto, non come realtà. Non so dove sia adesso. Però...5,
forse 4 anni fa si è persa nel mondo. Mi ha detto che il mondo l'aveva
chiamata e che lei doveva andare. L'ultima cosa che ho visto sono stati i suoi
capelli biondi che al sole sembravano brillare. E che in quel momento profumavano
di addio. Non ho mai provato un senso di smarrimanto come quello. No, io odio
dire addio. Inftti lo disse lei. E io non ho avuto nenache il coraggio di guardarla
negli occhi. Continuavo a fissare i suoi capelli chiedendomi se potesse esserci
qualcosa di più bello sulla terra.
Tornando alla famosa sera in questione mi trovavo ancora nella cabina del telefono
a spingere tasti a caso. Intanto fuori un uomo mi diceva di sbrigarmi. Così
composi nella mia testa l'ultimo ricordo. Doveva essere il più bello.
Ritmai modulazioni cognitive. E tra varie immagini affiorò labile un'inquadratura
da primo amore, poi un fotogramma del giorno del diploma, degli occhi di mia
madre, del giorno che nacque mio fratello, dei giorni su rotaie per l'Europa
con amici. La vibrazione non era quella giusta, però. Sentivo un'interferenza
tra me e il mio passato. Il tempo si sciogleva. Dovevo fare in fretta a comporre
l'ultimo pensiero. L'uomo lì fuori voleva uccidermi. Esitavo. Il dito
della destra mi tremava, ma sapevo che non potevo chiudere quella telefonata
col passato.
Improvvisamente mi ritrovai ad avere più o meno 14 anni e a piangere
perché sentivo che qualcosa in me si era rotta per sempre. Sembrava non
esserci via di uscita in quel momento. Quasi come correre con il corpo pieno
di panico verso l'uscita d'emergenza, correre per minuti eterni desiderando
l'aria, arrivare all'uscita di emergenza e scoprire che la porta è chiusa.
Mi misi sotto il letto in cerca disperata di protezione senza pagare. Accesi
il piccolo lettore cd e lasciai che la musica mi scorresse dentro cancellando
la paura.
Finché non capii che anche io in qualche modo avevo un piccolo raggio
di luce e due piccole ali dietro al collo.
Ora, dopo anni, capisco che in realtà l'ultimo numero stava per 06-05-03,
ovvero la sera in cui mi ritrovai, dopo anni che vagavo nel buio. Quella è
la data della sera nella cabina, in cui ricordando chi ero ho capito chi sono.
Quella sera riuscii a sentire che qualcosa in me si era persa per sempre, ma
che l'infinito può essere contenuto tutto in un corpo. E che potevano
continuare a tagliare le mie piccole ali, ma la luce che avevo in me non si
sarebbe mai più spenta.
Quella sera uscii dalla cabina e aspettai nuove albe meccaniche colorare di
riflessi instabili i miei scarsi centri neuronali.
Alla fine di quella sera vidi finalmente il sole nascere.
Margherita
mentre leggevo non riscivo a capire come fai?!? cioè come fai a vivere la vita così intensamente?!?per quanto la prima parte possa essere triste tu l'hai vissuta così intensamente che t'invidio...a me la vita mi sembra che mi passa davanti così.....senza che neanche me ne renda conto...mentre tu riesci a vedere il cielo in una maniera che io non vedo....complimenti .......